Antonio Palumbo, una poetica del reale
Dalle periferie di Bari al cinema, il percorso di un autore che costruisce storie tra lingua, corpo e memoria
Adv – Sport, scrittura, recitazione, regia: tutte queste realtà già basterebbero per una grande storia, che è quella di Antonio Palumbo. Abbiamo raccolto la storia di questo attore, regista e autore barese che ha diretto due opere fondamentali per raccontare Bari, Varichina e Nicola – Cozze, Kebab & Coca Cola. Più che una traiettoria lineare, il suo percorso è fatto di deviazioni, interruzioni e ripartenze, in cui ogni passaggio contribuisce a costruire uno sguardo preciso. Uno sguardo che si muove tra periferie reali e simboliche, tra lingua e corpo, e che trova nella città di Bari non solo un’ambientazione, ma una materia viva da osservare, attraversare e trasformare in racconto. Proprio come Bossolo l’opera teatrale più longeva della sua carriera che sarà nuovamente in scena il 18 aprile 2026 al Teatro Anchecinema di Bari. Qui info e biglietti.
La rivelazione della regia
Il cinema entra nella vita di Palumbo come una presenza familiare: «ricordo mio padre sempre con la cinepresa in mano» racconta «una Super 8 dei primi anni Settanta, usata per filmare tutto: feste, ricorrenze, pomeriggi qualsiasi». Da bambino, guarda al mondo dello spettacolo, il varietà che si vedeva la sera tutti insieme. Ma il primo passo sul palco arriva dopo il diploma, con l’esperienza nei villaggi del Club Méditerranée. Qui il pubblico era internazionale e quindi la comunicazione doveva passare attraverso il corpo, il ritmo, la presenza scenica. «O parlavi francese, oppure dovevi farlo con il movimento» spiega. È una scuola pratica, fatta di adattamento e improvvisazione.

Parallelamente c’è un’altra strada, quella del basket, che sembra inizialmente la più solida. In famiglia giocano tutti: la madre è stata la prima giocatrice meridionale della nazionale italiana negli anni Sessanta, le sorelle arrivano alla Serie A, il padre gioca. Anche lui segue quel percorso, fino alla B2. Poi, nel 1997, arriva una squalifica di cinque anni per una rissa e così la carriera sportiva si interrompe. Così si iscrive a un laboratorio al teatro Kismet con con Robert McNeer senza un’idea precisa di dove questo possa portarlo. «Sono entrato molto da outsider» ricorda «anche lui mi guardava come uno che dopo tre o quattro incontri avrebbe mollato». Nessuno si aspettava – ma il teatro lo fa – che sarebbe successo il contrario. È lì che scopre il teatro come disciplina, prima ancora che come forma espressiva. Non solo tecnica, ma anche struttura, comportamento, rigore. «Mi sono innamorato del teatro», dice, ma soprattutto capisce che può diventare uno spazio di crescita personale, oltre che artistica. Quel passaggio, più di altri, segna un cambio netto.
Dopo quell’esperienza decide di trasferirsi a Roma. Studia privatamente con Raffaella Panichi, legata alla Silvio D’Amico, e nel frattempo comincia a muoversi sul campo, tra provini e piccoli lavori. L’ingresso a Cinecittà arriva dalla televisione, media sempre più centrale alla fine degli anni Novanta. Palumbo inizia a lavorare come comparsa. «La prima cosa che ho fatto è stata su Rai 2, con Al posto tuo di Alda D’Eusanio», ricorda. Non è ancora il ruolo che immaginava, ma è un accesso diretto a quel mondo.
Se l’idea iniziale è entrare al Centro Sperimentale, la carriera di Palumbo prosegue senza incrociare alcun percorso accademico tradizionale. La sua è una formazione costruita sul set, osservando, lavorando, spostandosi tra ruoli diversi. Il passaggio decisivo arriva proprio durante uno di questi lavori. Su un set conosce un regista con cui nasce un rapporto di fiducia. È lui a coinvolgerlo in un ruolo inaspettato, quello di actor coach. «Mi disse: tu sei attore, sai come parlare agli attori» racconta. È un cambio di posizione: per la prima volta Palumbo smette di stare solo davanti alla macchina da presa e comincia a guardare cosa succede dietro.

«Da quel momento ho cominciato a guardare tutto in maniera diversa», dice. Soprattutto entra nella sua vita una parolina che gli schiude nello spirito il senso del trascendentale, della meraviglia. È il 2009 a Roma, in una zona periferica tra la Magliana e la borgata Petrelli, i luoghi di Pasolini. Siamo sul set del suo primo corto “Scusa” scritto e diretto da lui, in bianco e nero su pellicola Super 16. Tiene in mano la macchina da presa e, per la prima volta, dice la parola azione.
«Io non ricordo cosa è successo nei cinque minuti successivi. Sono stato in brodo di giuggiole, completamente. È come se mi fosse calata una luce dentro, come nei film. In quel momento ho capito che era quello che volevo fare nella vita
Io ogni volta che vado su un set mi sento come una bestia feroce riportata nella savana. Se non sei nato nello zoo, torni nel tuo ambiente naturale. Se invece sei nato nello zoo, nella savana muori dopo due minuti.»
I lungometraggi Varichina e Nicola: Cozze, Kebab & Coca Cola
Tra le opere che segnano questo passaggio, la prima è Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis, film documentario del 2016 diretto insieme a Mariangela Barbanente. Il progetto nasce in modo quasi accidentale e viene realizzato inizialmente in condizioni estremamente indipendenti, per poi trovare una sua collocazione anche all’interno dei programmi sostenuti dall’ Apulian Film Commission.
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Il film ricostruisce la figura di Lorenzo De Santis, conosciuto come Varichina, considerato il primo omosessuale dichiarato di Bari. Lo fa alternando interviste a chi lo ha conosciuto a ricostruzioni di episodi reali, costruendo un racconto che si muove continuamente tra memoria e messa in scena. È proprio questa ambiguità, tra realtà e rappresentazione, a renderlo un lavoro emblematico rispetto allo sguardo di Palumbo: un interesse per le figure marginali, ma raccontate senza retorica e senza distanza.

Accanto a Varichina, c’è un altro progetto che segue un percorso ancora più lungo e complesso: Nicola – Cozze, Kebab & Coca Cola, documentario del 2021. È un lavoro che Palumbo inizia prima ancora di girare Varichina, ma che rimane sospeso per anni, fino a trovare una forma definitiva grazie anche al supporto produttivo di Oz Film.
Il punto di partenza è tanto semplice quanto surreale: Antonio, un regista in crisi creativa, ha una visione di San Nicola, che gli chiede di raccontare la sua vera storia. Da qui prende forma un viaggio che attraversa i luoghi in cui il santo è venerato – dalla Turchia al Belgio, dall’Olanda alla Francia, dalla Russia fino agli Stati Uniti – seguendo le trasformazioni di una figura che, cambiando contesto, diventa altro, fino a coincidere con l’immagine globale di Santa Claus.
Anche in questo caso, il racconto si muove su un doppio livello, tra documentario e finzione, tra ricerca storica e narrazione personale. Ma soprattutto conferma una direzione precisa: partire da Bari, da ciò che si conosce, per aprire il racconto a una dimensione più ampia, senza perdere il legame con il punto di origine.


«A me piace raccontare la periferia», dice. Non solo come luogo fisico, ma come condizione. «Gli underdog, quelli che stanno indietro, gli invisibili. I bulli e i bullizzati, che spesso sono due facce della stessa medaglia.» Il suo sguardo non si concentra sul centro dell’inquadratura, ma su ciò che resta ai margini. «A volte mi interessa più il background che quello che succede davanti. L’ironia è fondamentale. È l’unico modo per esorcizzare certe cose, ma anche per rendere ancora più forte la loro drammaticità»
È uno sguardo che trova in Bari un terreno particolarmente fertile. Palumbo cresce nelle case popolari di Japigia, e il rapporto con la città è diretto, vissuto. Non è un’ambientazione scelta, ma un punto di partenza inevitabile. «Io devo partire da quello che conosco», spiega, «poi lo modifico, lo deformo, ma parto da lì.» Vedendo La Capagira, realizza una cosa semplice ma decisiva: quella realtà può essere raccontata così com’è, senza adattamenti, nelle sue forme e nella sua lingua. «Ho pensato: allora si può fare. Posso raccontare la mia realtà, e posso farlo nella mia lingua anche con i suoni tipici.» Il dialetto, i suoni, la fisicità del parlare diventano parte integrante del racconto, non un elemento folkloristico ma un dispositivo espressivo.
Bossolo: le confessioni di un boss a teatro

Se il cinema arriva come approdo, la scrittura è invece un punto di partenza molto più antico. «Io ho sempre scritto» racconta “alle elementari, la maestra diceva che avrei fatto il giornalista”. Dalla passione per la penna prende forma Bossolo, lo spettacolo teatrale che rappresenta uno dei lavori più longevi della sua carriera.
Palumbo immagina un boss della malavita barese seduto dietro una scrivania, davanti al corpo di un morto. Fuori, le luci blu della polizia. Dentro, un tempo sospeso. Il personaggio parla direttamente al pubblico, come se si guardasse allo specchio, costruendo una confessione che è allo stesso tempo un testamento e un’apologia della propria vita. Accanto a lui, un secondo personaggio: la madre. Una figura che prende vita da una fotografia, ambientata in una cucina barese degli anni Sessanta, mentre rimesta il ragù della domenica. Due presenze che si muovono su piani diversi, ma che restano profondamente legate.
È uno spettacolo che Palumbo porta in scena dal 2004, attraversando più di vent’anni di repliche e trasformazioni. All’inizio il ruolo viene interpretato da Totò Onnis, lo stesso attore di Varichina. Con il tempo, però, qualcosa cambia. «A un certo punto ho capito che quel personaggio mi apparteneva troppo», racconta. Non è più una questione di scrittura. Il boss e la madre diventano una sintesi di esperienze, ricordi, figure incontrate. «Sono tutti i racconti della mia famiglia, tutte le persone che ho visto a Bari», dice. In questo senso Bossolo funziona come un archivio personale, un luogo in cui confluisce tutto ciò che ha attraversato nei suoi primi venticinque anni, prima di lasciare la città.
Anche qui ritorna quella stessa tensione tra realtà e costruzione, tra memoria e messa in scena, che attraversa il suo lavoro cinematografico. Ma nel teatro questa dimensione si fa ancora più diretta, più esposta, perché passa attraverso il corpo e la voce senza mediazioni.
Guardando al futuro, Palumbo si muove come sempre su traiettorie non lineari. «In questo mestiere è difficile tirare una linea», dice, usando un’immagine che restituisce bene la condizione di chi lavora nel settore: «Siamo un po’ come criceti sulla ruota, sperando che a un certo punto si sganci e ci porti da qualche parte». I progetti, però, non mancano. Tra questi, un documentario dedicato alla storia di Palmina Martinelli, che dovrebbe entrare in fase di produzione a breve. Accanto a una produzione romana già coinvolta, si affaccia anche una realtà internazionale «di cui per ora non dico niente per scaramanzia», aggiunge, lasciando intuire sviluppi ancora in corso.



