La restanza nelle foto di Mariangela Addolorata
Restare, partire, tornare: una geografia dell’anima su pellicola analogica
Mariangela Addolorata Petrera, classe 2001, è nata a Palagianello, un impercettibile microcosmo in provincia di Taranto. Si è laureata in Lettere, Arti e Spettacolo presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e contemporaneamente ha conseguito una formazione cinematografica. Durante il suo percorso di mutazione artistica, ha abbandonato definitivamente la fotografia digitale per dedicarsi completamente all’analogico, pratica che consuma dal 2022, in una ricerca documentaristica perpetua tra passato e presente territoriale.
Le sue foto nascono al Sud e spesso al Sud ritornano, con mostre sia collettive che personali: “Mamma dammi una madre”, Gravina in Puglia; “Puglia Addolorata”, Bari; “Rete Difesa Fiume Tara”, Taranto; “You, Me, Us”, Bari. Nel 2025 espone anche a Milano con Analogmilano e a Montebelluna per YAP – Young Artists Photo Festival. Qui su Maestrale Magazine pubblichiamo una selezione di scatti su pellicola realizzati a Bari che raccontano l’idea della Restanza.

La restanza – come la definisce l’antropologo Vito Teti – non è immobilità né rassegnazione. È al contrario una scelta attiva e consapevole, quasi tenace: il desiderio di vivere nei luoghi d’origine con forza, speranza e responsabilità. Il “restante” non è fermo ma è un viaggiatore nello spazio e nella cultura, capace di partire e tornare, di attraversare mondi senza perdere il legame con le proprie radici. La restanza nasce spesso da una ferita — quella della partenza — e si trasforma in riscatto: il diritto di abitare la propria terra senza sentirsi incompleti, senza convivere con l’insoddisfazione.
Restare però deve essere una possibilità reale, non una condanna. Le persone scelgono di restare quando esistono condizioni di vita dignitose: lavoro, servizi, opportunità, relazioni. Se invece i luoghi vengono svuotati, abbandonati, resi fragili, allora partire diventa necessità. La restanza in questo senso è anche una questione politica: è il diritto di scegliere se restare o andare via.
Eppure, al di là delle definizioni, restare è prima di tutto un’esperienza intima


“Sono rimasta come restano gli alberi quando il vento insiste sempre dalla stessa parte: non per eroismo, ma perché le radici hanno una memoria resistente” racconta Addolorata “il Sud non è una scelta netta, non è una bandiera né una colpa. È qualcosa che ti cresce dentro, una lingua, un ritmo, una forma del sentire che non si lascia abbandonare facilmente.
Quando nasci in un paese piccolo, la provincia non è solo un luogo: è uno sguardo che ti porti addosso, che continua a riconoscere dettagli e margini anche altrove, anche tra colate di cemento
Sono rimasta mentre altri partivano, senza giudicarli. Chi parte infatti non tradisce, spesso cerca semplicemente di sopravvivere, di trovare spazio, lavoro, riconoscimento. Partire e restare sono due ferite diverse, ma ugualmente profonde. Nessuno è più giusto per aver scelto di restare, nessuno è meno degno per essere andato via. Io stessa abito questo spazio intermedio: quello di chi resta ma continua a cercare, a muoversi, a raccontare, ad andare e tornare.


“Mi sono laureata in Lettere, Arti e Spettacolo a Bari, una città che mi ha accolta come una figlia, e nel frattempo ho continuato ad inseguire il cinema e la fotografia analogica per vie trasversali, come si inseguono le cose necessarie. Mi riconosco nella parola autrice perché ogni mio lavoro — che sia un racconto, una sceneggiatura o una fotografia analogica — nasce da un’urgenza: dare forma a ciò che altrimenti resterebbe muto”.

Restare, allora, diventa anche un gesto creativo. Le immagini di Addolorata sono appunti, frammenti, dettagli: radici che provano a crescere anche in terreni difficili, a diramarsi verso uno sguardo esterno. Raccontano l’incomunicabilità, il disorientamento di una generazione, la fame di vita che nasce proprio dal contesto in cui si è cresciuti. Nei rullini, nella grana imperfetta dei negativi, c’è un tentativo di resistere alla dissolvenza, di lasciare traccia in un tempo che sembra consumare tutto.
Restare non è un atto continuo di forza. È fatto di giorni silenziosi, di compromessi, di attese. È convivere con una lentezza che a volte pesa, con promesse che tardano ad arrivare. È sapere che il talento, qui, deve spesso dimostrare il proprio valore due volte. Ma è anche un modo di amare, imperfetto e profondo. Forse la vera speranza sta nel superare questa opposizione: restare e partire come movimenti dello stesso amore. Un giorno, il Sud potrebbe diventare un luogo in cui si può partire senza colpa e restare senza essere idealizzati. E soprattutto, un luogo in cui si può tornare.
Tornare senza giustificazioni, senza sentirsi sconfitti. Tornare con uno sguardo diverso, più ampio. Perché questa terra sa aspettare. Conserva nomi, fallimenti, successi, accenti, memorie. Non chiude le porte, le lascia socchiuse. E quando torni, non ti chiede dove sei stato, ma se hai ancora voglia di restare un po’



