Anna Piscopo e la sfida di Mangia!
Come il cinema indipendente riscrive la realtà a Bari
Attrice, sceneggiatrice e oggi regista, Anna Piscopo ha siglato il proprio debutto dietro la macchina da presa con un’opera che si configura sin da ora come un autentico manifesto di resistenza culturale. Un percorso che Maestrale Magazine ha scelto di mappare in un ampio approfondimento, che trova spazio sulle pagine del nostro secondo numero cartaceo e di cui offriamo qui una prima, densa traiettoria d’analisi.
Il suo primo lungometraggio, intitolato Mangia!, trae la propria linfa vitale da uno spettacolo teatrale scritto e interpretato dalla stessa autrice, capace di attingere a una nuova e dirompente traiettoria espressiva sul grande schermo; non ci si trova dinanzi a un mero manufatto cinematografico, bensì al cospetto di un’urgenza comunicativa che sfida apertamente le logiche produttive tradizionali per ricollocare al centro del dibattito la forza nuda delle idee.
Il caso “Mangia!” di Anna Piscopo e la visione di un produttore
Come Piscopo ha raccontato nella nostra intervista su YouTube, la genesi industriale e finanziaria dell’opera è indissolubilmente legata alla figura di Gagliano Juso, produttore foggiano che la regista ama definire quale personalissimo e consapevole “pazzo”, incarnazione eretica e controcorrente del cinema indipendente italiano.
Juso, presenza centrale e atipica che per decenni ha attraversato i territori del cinema di frangia, ha impresso una svolta radicale alla carriera di Anna Piscopo con una telefonata tutta piena di incoscienza artistica, ponendola di fronte a una scelta: avviare le riprese immediatamente, pur disponendo di risorse economiche irrisorie, o rinunciare per sempre all’ambizione del film.
Accettando una scommessa definita da un budget complessivo non superiore ai ventimila euro, la regista ha inaugurato un percorso il cui approdo verso la post-produzione si sarebbe rivelato altrettanto rocambolesco. A seguito della prematura scomparsa di Juso, che rischiava di lasciare l’opera incompiuta, l’autrice ha orchestrato un piano pur di indurre lo studio Millennium Cinematografica a completare le operazioni di color correction e mixaggio audio, inducendoli a credere che il film fosse già stato selezionato dal prestigioso Bif&st di Bari.
Questa provvidenziale e strategica finzione ha consentito alla pellicola di esistere, propiziandone la successiva validazione da parte di intellettuali e critici del calibro di Oscar Iarussi e Angelo Ceglie, i quali ne hanno legittimato il valore artistico ben al di fuori dei percorsi battuti dalle major distributive.
La bulimia come metafora del “totalitarismo del consumo”
Nel delicato passaggio dal palcoscenico alla pellicola, Anna Piscopo ha perseguito una rigorosa trasformazione che va dal linguaggio scenico a quello filmico; il tema della bulimia, nucleo originario della pièce, è stato strutturalmente esteso a una dimensione corale e collettiva, funzionale a narrare le derive di una comunità di solitudini incapaci di intersecarsi. La patologia cessa in tal modo di essere un mero disturbo individuale per elevarsi a lucida metafora di quel “totalitarismo del consumo” che, secondo una chiara matrice di ascendenza pasoliniana, affligge la società contemporanea sin dagli anni Sessanta.
Nelle tesi dell’autrice, il fascismo moderno si identifica precisamente in quel consumismo omologante che ha livellato le differenze di classe, riducendo gli individui a sudditi di una fame insaziabile, tutti protesi verso il medesimo desiderio di possesso e di affermazione sociale. All’interno di questa dinamica alienante, l’antico adagio popolare barese “mangia che devi essere mangiato”, evocato nel corso della pellicola, diventa chiave di volta di una resistenza umana subita, entro la quale la protagonista Maria si muove alla stregua di una dolente antieroina in una Catania ostile, nel disperato tentativo di sopravvivere a un ecosistema sociale che fagocita e divora ogni barlume di umanità.

Dogma 95 e le canzoni popolari baresi
La struttura formale di Mangia rifugge le lusinghe della spettacolarizzazione borghese per sposare un codice visivo crudo, immediato e aderente al vero. Declinando i precetti formali del Dogma 95 – movimento d’avanguardia fondato nel 1995 – e le lezioni del Neorealismo, la regista ha imposto l’adozione di luci esclusivamente naturali, scenari autentici e una macchina da presa costantemente adagiata sulla spalla dell’operatore; si tratta di opzioni che, lungi dal configurarsi come semplici ripieghi dettati dall’esiguità finanziaria, rispondono a una precisa volontà autoriale volta a restituire l’assurdità del quotidiano attraverso uno sguardo surrealista e analitico al contempo.
In questo quadro agiscono i cosiddetti “freaks”, figure collocate ai margini della consuetudine sociale che, in virtù della loro stessa e involontaria alterità, ridefiniscono i codici della dissidenza esistenziale. Un ruolo di primo piano in questa operazione di riscatto è affidato alla colonna sonora, per la quale Anna Piscopo ha preteso la riscrittura in chiave rock dei canti della tradizione popolare barese; se la musica veicolata dai talent show è l’emblema dell’omologazione contemporanea, il canto di radice storica custodisce infatti il legame profondo con un’appartenenza culturale smarrita che il film tenta tenacemente di recuperare. Maria, pur distante dai canoni tradizionali dell’istituzione artistica, si fa interprete e veicolo di questa memoria acustica che grida la propria opposizione alla standardizzazione dei sentimenti.
La visione di Anna Piscopo per il futuro
L’esperienza biografica e professionale di Anna Piscopo — che si impone come una delle protagoniste assolute del numero due di Maestrale Magazine — mette a nudo le asimmetrie del sistema cinematografico nazionale.
Per chi intraprende la carriera artistica partendo dal Mezzogiorno e in totale assenza di capitali privati, l’affermazione assume i contorni di un’impresa ardua; da qui muove la proposta provocatoria dell’autrice, tesa a scardinare i meccanismi tradizionali attraverso l’istituzione di un reddito universale per gli artisti che ne preservi l’autonomia, parallelamente a un investimento sui nuovi registi ai quali garantire la fondamentale libertà di sperimentare e, se necessario, di fallire.
A fronte delle carenze patite sul versante della grande distribuzione, il ricorso allo strumento del crowdfunding si è imposto come una necessità per assicurare all’opera una proiezione internazionale; i fondi sono destinati a sostenere i costi tecnici e le iscrizioni ai festival mondiali, sottraendo un’opera autenticamente indipendente alla condanna del silenzio. Mangia! resta così come un invito all’irresponsabilità creativa e alla resilienza, offrendo la testimonianza di come il cinema, laddove sorretto da un’autentica urgenza interiore, trovi sempre il modo di imporre la propria voce.
Maestrale Magazine e il cinema che resiste
Il racconto di Mangia non è che un tassello della missione di Maestrale Magazine: dare voce a quel “sentire corsaro” che anima la cultura indipendente del nostro territorio. Se la sfida di Anna Piscopo ti ha spinto a guardare oltre la superficie dell’omologazione sociale, il nostro progetto editoriale è il luogo dove questa ricerca continua, scavando nelle radici e nelle visioni di chi non ha paura di restare “alternativo”. Sul numero 2 di Maestrale Magazine, approfondiamo le storie di chi abita la città con consapevolezza e orgoglio, lontano dai circuiti del consumo di massa e dell’estetica standardizzata.



