Ritratto del quartiere Libertà
Inside Libertà è il racconto del fotografo Giacomo Pepe
Giacomo Pepe è nato a Bari, ingegnere di formazione e fotografo per necessità interiore. La fotografia lo accompagna da sempre, ma è nel quartiere Libertà che il suo sguardo ha trovato una casa stabile. Da circa tre anni costruisce qui Inside Libertà un racconto stratificato, fatto di centinaia di scatti: un nucleo centrale di ritratti che si allarga in paesaggi urbani, dettagli, interni, frammenti di vita quotidiana. Un archivio vivo, in continua espansione, che restituisce il quartiere senza semplificarlo.
Non gli interessa l’immagine tecnicamente impeccabile. Cerca piuttosto una composizione che non sia scontata, capace di trattenere lo sguardo, di muovere qualcosa, di raccontare. La street photography è il terreno in cui si muove con maggiore naturalezza, ma il suo percorso attraversa anche l’urban exploration, dove la luce diventa materia e dialoga con spazi sospesi, spesso in trasformazione. A questo si affiancano reportage realizzati in diverse parti del mondo, sempre guidati dalla stessa attenzione per ciò che resta ai margini.
Negli ultimi anni il suo lavoro ha preso una direzione sempre più narrativa. La fotografia non come singolo scatto, ma come sequenza, come racconto visivo. Lo dimostrano le sue mostre personali più recenti: Dentro gli spazi, dedicata alla Ex Manifattura Tabacchi prima dell’intervento di restauro, e Marea, un progetto che segue il ritorno in porto dei pescherecci di Mola di Bari, tra luce, attesa e gesti antichi. Fotografie che non spiegano, ma restano. Come certi luoghi.
Questi sono una parte dell’enorme archivio fotografico del progetto Inside Libertà
Libertà è un intreccio fitto di volti, storie, accenti che arrivano da lontano e qui si mescolano senza chiedere permesso. È confusione e vitalità, ferite aperte e tentativi di rinascita. Degrado e poesia convivono nello stesso spazio, così come la violenza e gli abbracci, le domande che restano sospese e una bellezza stanca, decadente, ma ancora ostinata.
Lo skyline è segnato da due presenze simboliche: il campanile del Redentore e la ciminiera della Manifattura. Landmark che raccontano una frontiera mobile, un confine che cambia a seconda dei giorni, delle narrazioni, delle necessità della città. Murat da una parte, Libertà dall’altra. Come scrive Nicola Signorile in Bari-Libertà: una metafora, nel volume La città all’ovest di Uliano Lucas:
“In via Manzoni è il confine. Talvolta si sposta in via Quintino Sella la linea di demarcazione… Numeri pari e numeri dispari. Di qui Murat, di là Libertà. Ma in certi giorni è via Sagarriga Visconti il fronte mobile, la trincea che passa di mano… A sud ci sono i binari… A nord il mare nascosto, chiuso a chiave dietro la cancellata.”
L’impressionante numero di foto è stato montato in formato video con le musiche originale del dj e produttore Pierpapolo Effe, anche lui abitante del quartiere.
Dentro questo perimetro convivono decine di migliaia di persone, in una densità abitativa altissima, frutto di una coabitazione spesso forzata. Ed è proprio questa complessità a rendere Libertà un luogo che va raccontato, oggi più che mai. Come scelta etica e politica. I volti del quartiere portano segni evidenti. Rughe, sguardi duri o smarriti, tatuaggi, posture che parlano prima delle parole. Non è solo la fatica a colpire, ma una tensione costante verso una possibilità di riscatto o, almeno, di difesa. La comunicazione è schiva, essenziale, quasi criptica. Un linguaggio interno, fatto di esperienza condivisa, di prossimità misurata. I corpi occupano la strada, la attraversano, la governano o vi si nascondono. Le case, spesso buie, sembrano antri più che abitazioni, spazi saturi di ricordi, oggetti, santuari domestici, vite accatastate.


