Sebastiano Diciassette è la memoria underground di Bari
Con Ogni bel gioco, l’autore torna alla narrativa breve per raccontare la Bari violenta degli anni ’80 e ’90
C’è una letteratura che non cerca la luce, ma scava nell’ombra. Una letteratura da sottosuolo, come l’uomo di Dostoevskij: nascosta, scomoda, corrosiva. Sebastiano Diciassette è un autore underground barese che, dopo anni di scrittura sotterranea, torna in superficie con un nuovo libro di racconti. Ogni bel gioco (2025, Calibano Editore) è una raccolta compatta, tagliente, attraversata da disincanto, ironia tagliente. Sebastiano Diciassette, nato a Bari e oggi residente a Berlino, ha cominciato scrivendo testi per la sua band post-punk, i Mulier Resoluta Comas per poi approdare alla poesia e alla narrativa. I suoi primi racconti, di taglio sperimentale e fantascientifico, sono apparsi su riviste e antologie, in particolare sulla storica Future Shock, una delle più longeve riviste del settore, diretta dal barese Antonio Scacco. Il suo esordio in prosa arriva nel 2023 con Il giorno in cui l’umanità perse il naso, pubblicato da Gli Elefanti Edizioni: un’antologia di racconti di fantascienza, già apparsi su riviste o rimasti inediti per anni. In parallelo. Parallelamente Diciassette ha portato avanti una produzione poetica, con raccolte come L’erba prima di calpestarla (2021, Milena Libri) e Acquasantiera (2024, Transeuropa). Nel frattempo, la sua voce continua a evolversi anche altrove: un suo racconto inedito, Una lettera, ha recentemente vinto un concorso nazionale e diventerà un radiofilm prodotto in collaborazione con Agon – Centro di Sperimentazione Musica Informatica e Acustica di Milano. Il testo sarà musicato da Elena Ghigas, alias Elena Gigante, compositrice e docente di sound design spazializzato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Con Ogni bel gioco, torna alla narrativa breve per restituire una mappa emotiva della sua generazione, tra sopravvivenza urbana e memoria vissuta.

Com’è la Bari di Ogni bel gioco?
La Bari di Ogni bel gioco è quella in cui sono cresciuto io, tra gli anni ’80 e ’90. Una città dura, pericolosa. Io mi muovevo in ambienti che oggi definiremmo underground, ma all’epoca erano semplicemente una gioventù alternativa: metallari, punk, anarchici. Essere diversi significava attirare attenzioni indesiderate che sfociavano in episodi di violenza, da parte di cheyenne, malavita e forze dell’ordine. Prendevamo mazzate da tutte le parti. Dovevi imparare presto a difenderti, e i ragazzini crescevano in fretta. Dopo la chiusura del centro sociale La Giungla, che era l’unico vero spazio antagonista, il primo dopo il ’77, tutta la gioventù che non si riconosceva nel modello dominante si radunava vicino ai portici alle spalle della stazione, o nei locali come il Buco di Heidi o il Re Artù. Spostarsi anche sul lungomare poteva rivelarsi una trasferta pericolosa, i giardini erano pieni di siringhe, ed era tutto buio, altro che movida. Ogni bel gioco racconta quel mondo lì. Quelle strade, quei personaggi, quel modo di vivere. È la memoria di un tempo in cui non c’erano filtri, e spesso neanche vie d’uscita. Ma dentro a quella durezza c’era anche un senso di solidarietà, una fratellanza fatta di cinismo e ironia. Il libro nasce da lì, dal mio vissuto, da quello che ho visto e da quello che ho sentito addosso.
Uno scenario raccontato benissimo nel racconto In discesa, e che definirei alla The Warriors, celebre libro – poi film – degli anni ‘70 in cui le bande urbane si scontrano nella notte.
Il riferimento al romanzo di Sol Yurick e alla pellicola di Walter Hill è centrato. La sensazione è sempre stata quella di essere sotto assedio. Se vogliamo diciamo trovare un risvolto positivo, è stato quello di aver davvero vissuto una sensazione di comunità e supporto tra di noi.
La tua è una scrittura molto densa, capace di scolpire un intero universo narrativo con poche espressioni ben assestate. In poche righe si entra già nel vivo nella scena, e la brevità del racconto spesso lascia la voglia di saperne di più.
Scrivo racconti brevi perché mi piace arrivare subito alla polpa. Non amo le descrizioni inutili, i giri di parole. Il mio stile è denso, asciutto, essenziale. Ogni parola deve pesare, ogni frase deve poter colpire. Mi piace scarnificare il testo. Mi interessa condensare il massimo in poche righe, come con la poesia. Non mi interessa allungare il brodo e lo dico sempre: io non faccio brodi, faccio concentrati. Ecco perché non scrivo romanzi. Non sono un maratoneta, sono uno sprinter. È questo che cerco nella scrittura: densità, non volume.
Questa scrittura così intensa è stemperata dall’ironia, realizzando un contrasto di pregio letterario. Penso che Cresci gli amici, cresci i porci sia il racconto in cui questa tensione si esprime al meglio, descrivendo un episodio in cui il cinismo è il vero protagonista, mettendo in ultimissimo piano l’amicizia come anticipa appunto il titolo.
Come ho detto prima il senso di comunità ci ha aiutato, ma solo insieme a tanta autoironia e un certo distacco verso la realtà. Ed è la stessa cosa che ho fatto usando un’espressione estremamente barese come “cresci gli amici” per descrivere uno spaccato di quella realtà. Mi piace traslitterare le espressioni tipiche del nostro dialetto e inserirle in un contesto letterario.
In questa realtà al contrario in cui gli innocui sono costretti a diventare spregiudicati, non restare indifferenti diventa quasi un gesto eroico, come leggiamo nel racconto sull’Erasmus dove i protagonisti sperimentano la loro personalissima morale nel mondo. Come ultima domanda vorrei chiederti: a chi non consiglieresti questo libro?
La gran parte delle case editrici a cui io ho proposto il libro, oltre ai complimenti, mi hanno detto che è eccessivo, dunque difficilmente pubblicabile. Quindi io direi che questo libro non è sicuramente adatto ai fanatici del politicamente corretto, è un libro che in certi momenti deve disturbare. In questo periodo storico, secondo me, adesso c’è una profonda autocensura perché non si vuole dare fastidio anche con una forma d’arte come la scrittura.


